Controindicazioni ad una maggiore flessibilità del lavoro in Italia

1. L’esempio può essere la situazione dei giovani oggi in Italia:  il fatto che il loro lavoro sia molto flessibile fa si che non vengano valorizzati dalle aziende, ma solo sfruttati finche non decidono di andare via (esempio dei brillanti ricercatori che vanno all’estero).  Ciò perché gran parte dei manager italiani ritengono di essere onniscienti, ritengono che qualunque dipendente messo nelle loro mani, per loro, è in grado di fare lo stesso lavoro. Un ragionamento del genere dequalifica e distrugge psicologicamente il lavoratore, che quindi si lascia andare e diventa poco produttivo, chi non crede in sé stesso non può fare grandi cose. In una situazione di maggiore flessibilità diventerà ovvio che chi avrà un minimo di fiducia nelle proprie capacità non potrà fare altro che diventare imprenditore (ma provaci in Italia se la tua famiglia non ha già i capitali da darti!). Visto che i posti di manager sono pochi, e che il manager avrà soprattutto l’interesse a “cacciare” dell’azienda proprio i più bravi che potrebbero insidiare il suo trono prevedo che in clima di maggiore flessibilità sul lavoro si accontenteranno di essere lavoratori dipendenti solo quelli che più di tanto non possono fare oppure quelli bravi che per determinati motivi esterni decidono di rimanere a lavorare in quell’azienda, lavoreranno al di sotto delle loro possibilità per non incorrere in guerre con i manager che detengono il trono. Ne consegue che l’impresa con un manager molto capace e dei dipendenti incapaci diventa tutta nelle mani di un manager. Più di 24 ore di lavoro al giorno il manager non può fare, però.

2. Per lo stato comporterà meno tasse, la minaccia del licenziamento permetterà a tutte le imprese di ricorrere massivamente al lavoro nero come mi sa tanto che adesso accade nelle piccole imprese, ad esempio pagando gli straordinari “fuori busta” (sempre che non li pretenderanno senza pagarli), non permettendo di godere delle ferie, facendoli lavorare anche mentre sono in cassa integrazione.

Una maggiore flessibilità del lavoro funziona se il sistema paese è efficiente, ma se tutte le imprese si comportano in un dato modo le gocce diventano alluvioni ed il sistema diventa anti-meritocratico.

3. Servilismo, poca flessibilità, anche così l’impresa diventa completamente nelle mani del manager ( e speriamo di avere trovato per la nostra impresa proprio quel manager che faccia l’interesse dell’impresa, non il suo o quello di altri), soprattutto la nostra piccola impresa: i lavoratori costantemente minacciati di licenziamento diventano servili, obbediscono totalmente, l’azienda prende solo una strada, nessuno può apportare novità o dubbi a quella strada, creando un sistema per niente creativo.

I lavoratori migliori o si metteranno in proprio o tanto vale emigrare negli Stati Uniti dove c’è un atteggiamento meritocratico a tutti i livelli, invece in Italia le imprese sono protette.

4. Mentalità politica più che imprenditoriale delle nostre aziende, e la descrizione di ciò la ometto perchè tutti sappiamo, mi limito ad ipotizzare una cura: se si liberalizzasse di più il lavoro bisognerebbe togliere qualsiasi tipo di contributo alle imprese da parte dello Stato, allora verrebbe premiata l’efficienza (ricordate quella statistica in cui gran parte dei manager dichiarava di essere tali non per merito ma per “essere stati parte della giusta cordata”? – era sul Sole 24ore) e le imprese avrebbero interesse ad ottenere il massimo delle loro capacità da tutti i lavoratori e avendo l’interesse a interagire con i lavoratori migliori forse anche li pagherebbero di più, incentivando anche gli altri lavoratori a lavorare meglio e di più…;

(continua)

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