La crisi economica non è finanziaria ma reale

L’idea che mi sembra prevalente sulla crisi è questa: si attribuiscono tutte le colpe di questa crisi alle speculazione finanziarie effettuate dai soggetti che popolano il sistema finanziario.

Per me invece la causa principale è la delocalizzazione, che ha privato di reddito le popolazioni dei paesi ricchi negli ultimi anni.

La crisi  peggiora perché è la scusa che usano oggi  le imprese per trasferire le produzioni a minore valore aggiunto in Cina ed altri paesi in via di sviluppo.

Il problema è che trasferendo le produzioni in paesi dove le retribuzioni sono minime si toglie anche reddito nei nostri paesi e finisce che nessuno è in grado di comprare, alla attuale struttura dei prezzi, questi prodotti.

E l’economia si avvita su sé stessa.

Non nel lungo termine, ma nel breve termine.

Tolgo reddito da una parte, non lo fornisco dall’altra, nessuno ha reddito per comprare i beni della produzione di massa.

Chi beneficierà di questi maggiori utili delle imprese sono poche persone, e più di tanto non possono spendere, depositano questi profitti nei conti dei paradisi fiscali, non pagando neanche le tasse nei propri paesi.

Mentre chi ha un reddito minore spende quasi tutto quello che guadagna.

Se “mandiamo a casa” tutte le mogli che lavorano come operaie nelle imprese industriali del nord italia, il reddito delle famiglie cala del 40%, e le famiglie dovranno stringere la cinghia, rinunciando ai consumi di massa.

E la crisi finanziaria?

E partita dagli Stati Uniti, e vi spiego perché, per me:

inizia la delocalizzazione – calano i redditi degli americani … gli americani non possono consumare i beni prodotti nei paesi in via di sviluppo…

il sistema sarebbe crollato già anni fa, invece i soldi mancanti per far consumare a qualcuno i beni prodotti nel terzo mondo sono stati forniti dal sistema finanziario, dalle banche, dai mutui, dalle carte di credito (tassi in crescita, perché man mano il rischio cresceva).

E’ ovvio che chi presta non può prestare per sempre, e quando si accorge che non è possibile il rimborso… il sistema così si è bloccato, ingessato.

Non vedo soluzioni, neanche si può sperare che in Cina si mettano a consumare come gli americani, perché mi sa tanto che le risorse alimentari di questo pianeta sono già al limite, si vedano le tensioni sui prezzi dei cereali degli ultimi anni, si veda il riscaldamento globale, ormai accertato dalla scienza (ma non da un certo giornalismo di bandiera italiano) ed anche dall’opinione pubblica.

Il petrolio, aspettiamoci nuove fiammate.

Torniamo ai beni della produzione di massa, l’indicatore del fatto che sono in crisi, che un modello è in crisi, è la diminuzione del mercato della pubblicità sui giornali, il che implica meno giornali, meno giornalisti oppure minori redditi dei giornalisti.

Ma anche il trasferimento delle fabbriche implica minor reddito degli artigiani che fanno la manutenzione, minor reddito dei commercialisti e degli altri professionisti.

Ed infatti nasce una associazione di piccoli artigiani e professionisti nel nord est, che oggi in televisione richiedeva di non dare denaro alle banche, che le banche non prestano, ma di dare risorse ai Confidi.

Perché le banche non prestano denaro? perché pensano, evidentemente, che i clienti, quei clienti maggiormente penalizzati dalla delocalizzazione, quelli che lavorano nel locale, in Italia, in una regione italiana, non saranno in grado di restituirlo.

Quel denaro è insomma ASSISTENZALE, i maggiori propugnatori di un sistema all’americana hanno adesso bisogno di essere assistiti (senza con ciò gettare la croce addosso alle piccole imprese, che sono quelle che più hanno “voluto bene” ai propri dipendenti, conoscendoli personalmente).

Servizi.

Si salva da questa crisi, a mio avviso, solo che ha le competenze e denaro da investire sul mercato globale.

Dubito che ciò sia possibile, per fare un esempio, a quelle signore che fino all’altro giorno eseguivano lavorazioni nelle fabbriche.

Né possiamo metterci tutti a fare servizi, si veda ciò che sta accadendo in Inghilterra. E poi anche per i primi, io non starei tanto tranquillo, con questo squilibrio che c’è nei paesi in via di sviluppo, dove non possono consumare e se consumassero rischiamo il tracollo ecologico della terra (non è molto sbagliato quel discorso che fanno i “comunisti” – io sono apolitico al momento – che il cemento non si può mangiare, vabbé, metteremo terra sulle terrazze…).

Spazio c’è, comunque per chi vuole lavorare ed ha voglia di cambiare settore, a mio avviso; identificate voi però dove c’è lavoro, che io non fornisco consulenza gratuita né vengo pagato per scrivere come i giornalisti di riviste e quotidiani.

Risultato di tutta questa situazione è uno solo:

dalla classe media e mi sa tanto anche dalla piccola impresa in giù ed anche dai professionisti in giù…

guadagneremo tutti di meno, per un bel po’ di anni, a mio avviso.

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